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Giovani scrittrici crescono, al Cavanis

Irene Carraro della classe terza media A dell’Istituto Cavanis di Possagno è risultata vincitrice del concorso “I colori di una nuova vita” indetto da Emergency Italia in collaborazione con AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e il suo nome comparirà tra gli autori che hanno collaborato alla stesura della sceneggiatura di una graphic novel sul tema della migrazione.
Irene ha scelto di descrivere il viaggio di Goran, un ragazzo iracheno che, dopo aver abbandonato il proprio villaggio distrutto da un bombardamento ed essere stato ospite di un campo profughi nel Kurdistan iracheno, ha colto l’occasione voluta dai suoi genitori per partire alla ricerca di una vita migliore in Europa. Una vita colorata dai pastelli che lui amava portare con se’ per disegnare. Nel suo lungo viaggio verso l’Europa, Goran ha creato un’intera città, fatta da grandi palazzi, le storie che tesseva nella sua mente suoi compagni di viaggio.. Ad Irene, hanno scritto il Direttore del Cavanis, padre Giuseppe Francescon e il Preside della scuola , prof. Ivo Cunial, per farle le congratulazioni e i complimenti del bel risultato raggiunto.

Ecco il testo di Irene.

LE STORIE COME I PALAZZI DI UNA CITTA’, LA MIA CITTA’

Era buio, quasi non vedeva dove metteva i piedi.

“Dovrebbe essere qui” pensava mentre saggiava il terreno.

Scorse una fioca luce, accelerò il passo.

Il trasportatore era un uomo alto e magro, simile ad una lampada, forse per il turbante, troppo grande sulla testa piccola e triangolare. Gli occhi a mandorla brillarono quando lo videro arrivare. “Ce li hai?”

Il ragazzo gli porse la grana.

Sul volto dell’uomo un sorriso giallastro scomparve sotto la barba

“Forza sali!” abbaiò.

Il camion bianco aprì la sua bocca.

Così ha inizio il grande viaggio di Goran, un dodicenne sciita iracheno.

Dopo che il suo quartiere fu distrutto, gli abitanti si trasferirono al campo profughi di Ashti, nel Kurdistan iracheno, in attesa di tornare a casa. La vita al campo era dura per gli adulti, per il poco cibo, per la sporcizia; lui si divertiva a giocare tutto il giorno senza nessun dovere, senza nulla da fare, senza una vita solo sua…

I genitori avevano poche speranze di tornare a casa e racimolavano del denaro per un futuro migliore.

Goran, non era scemo, aveva capito le parole e i silenzi e che era un atto di estrema generosità, di immenso amore. Non doveva, non poteva, non li avrebbe delusi.

Goran era un ragazzino carino, carnagione olivastra, capelli ricci, neri e grandi occhi azzurri. Il naso grazioso e all’insù.

Nel camion circa una trentina di persone. Non ci si poteva sedere, bisognava stare in piedi.

Uno scossone: erano partiti.

Goran tirò fuori la foto della sua famiglia davanti a casa, quella della sua vita di prima. E’ strano come tutto potesse ridursi a prima e dopo. Le cose accadute “dopo” erano più di quelle successe “prima”. Nella foto erano in giardino, i figli al centro, il padre a destra e la madre a sinistra, vicino a Goran.

Quanto gli mancavano.

Ricordò come si stava a casa.

Perché dovevano vivere in una tenda?

Perché non potevano tornare a casa?

..nessuna risposta.

Goran estrasse le sue matite colorate, compagne fidate. Si appoggiò alla parete e fece un disegno sul retro della foto.

Quanto amava disegnare, voleva diventare un artista, con la tela bianca, la tavolozza e i pennelli.

Aveva disegnato la sua famiglia in una casa in Europa.

“Puoi farcela” si disse.

Goran non sentiva più le gambe e non riusciva a vedere chi aveva accanto.

Un altro scossone.

Che succede?

Ascoltando il timbro delle voci, Goran lavorava con l’immaginazione, a come fossero le persone.

Vicino a lui sentiva una voce profonda, maestosa, un uomo grande, enorme, ma dal suo modo di parlare era un tenerone.

Poco dopo, un pianto, un bambino molto piccolo, ma era più lontano.

Il camion si fermò.

Si sentiva parlare.

“Non posso, sono incinta”

“Nel rimorchio non ci stai!”

“La prego, non c’è un altro modo?”

Le porte si aprirono e la luce di una torcia abbagliò i passeggeri, oltre c’era una donna, il velo scopriva solo gli occhi, verdi, lucidi per le lacrime.

“Vedi? Devi salire sul tetto! Non voglio storie”

“Posso andare io” si offrì Goran.

“Veniamo anche noi, così potrà sedersi” esclamò qualcun altro.

“Svelti!” gridò il trasportatore.

La donna li ringraziò tra le lacrime.

Si arrampicarono sul tetto e si legarono stretti con le corde.

Quando il camion ripartì, Goran alzò lo sguardo al cielo.

Suo papà gli aveva insegnato a riconoscere le costellazioni. Sapeva sempre dove stava andando e sentiva vicino il suo papà

Una serata perfetta per le stelle, ma lui non c’era.

“Ciao,come ti chiami?” un ragazzo lo interruppe. Parlava in Pashtu, Goran conosceva quella lingua.

“Goran e tu?”

“Kabir, lui mio fratello Amir. Di dove sei?”

“Iraq, voi?”

“Afghanistan”

“Non serve che gli racconti tutto?!” disse Amir. L’altro tacque. Il sonno prendeva il sopravvento.

“Muoviti!”

Goran era indolenzito ma saltò giù.

Era l’alba, si trovavano su una spiaggia. “Turchia” pensò Goran. Prima di partire aveva studiato il percorso, ora una barca li avrebbe portati in Grecia.

Si guardò intorno, non c’era anima viva. Più avanti un molo a cui era attraccata una barca a motore di colore verde, non allettante.

“Proseguirete con quella” disse il trasportatore.

Salirono sulla barca, un ragazzo prese il controllo.

Era mingherlino, carnagione scura e con buffi baffetti. In testa un berretto rosso.

A Goran piaceva il mare, era bello e misterioso e lui curioso.

Provò a parlare con il ragazzo al timone, ma lui lo zittì e insultò, così rinunciò.

Il tempo sulla barca non passava mai. Durante il giorno Goran osservava il mare, di notte le stelle.

Pensava, migliaia di idee, pensieri correvano come treni.

Inventava storie.

Le storie dei suoi compagni. Immaginava le loro vite di prima, protagoniste di mille avventure.

C’era l’uomo dalla voce maestosa. “Un macellaio” pensava. “La moglie è minuta e graziosa, capelli corti e occhi grandi e scuri. Hanno un bambino nato da poco”

E proseguiva.

Mentre osservava il mare, la sua mente lavorava, costruiva storie come palazzi e lui si era costruito una città.

Dopo un’eternità il timoniere attraccò.

Ognuno andò per la sua strada. Per molti il viaggio era finito, ma non per Goran, che si mise alla ricerca di nuovo trasportatore.

Lo trovò in un vicolo poco distante dalla spiaggia, sembrava gentile. Era un uomo di mezz’età, pelato, con la barba. Grandi gli occhi e il sorriso quando invitò Goran a sistemarsi nel ripiano sotto il camion.

Goran mentre si sistemava, si accorse di un compagno.

In un primo tempo regnava il silenzio.

“Piacere, io sono Goran” ruppe il ghiaccio.

“Io mi chiamo Asad, sei iracheno anche tu giusto?”

#noi siamo invisibili per questo governo
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